L’altra Biblioteca di Babele

Solo se non c’è “quello che ci dovrebbe essere” allora c’è “quello che c’è”.

Jorge Luis Borges

I contenuti di questo libro, "L’Altra Biblioteca di Babele e mutazioni simili", in larga parte ispirati all’opera di J. L. Borges, hanno molto a che fare con la produzione individuale, ineluttabile e non puramente razionale, del senso per la vita. Un senso che l’individuo umano immerso nella sua realtà e da essa sovrastato non può fare a meno di produrre. La preposizione è “per” non casualmente, a indicare che la produzione di senso è necessaria per vivere, è una funzione vitale e automatica come il respiro.

I racconti di Borges che ho utilizzato come base narrativa sono tutti mutati, o più precisamente “esattati”[1], per riuscire a ottenere un complesso unitario, integrato, che ruoti coerentemente attorno a sette “semi”:

Senso, Caso, Sogno, Ricorsività, Infinito, Genio, Creatività.

Cinque narrazioni brevi fra loro collegate da sette parole, insomma.

Il Caso

nel dispiegarsi della vita c’entra moltissimo, è l’elemento che introduce la possibilità, il potenziale, è lui l’artefice dello sviluppo. Senza Caso niente imprevisti e senza imprevisti niente vita, c’è poco da fare.

Un racconto di Borges che tratta questo tema è “La lotteria a Babilonia” [2] e in esso con una frase rivelatrice Borges ci spiega quale sia l’importanza del caso: “Sono di un paese vertiginoso dove la lotteria è parte principale della realtà”.

L’Ordine, secondo me, è altrettanto importante perché senza ordine il caso ci appare ingiusto quando ci è sfavorevole. Così ho scritto la mutazione  “L’Ordine e il Caso”. Si può vivere una vita meravigliosa ed eccitante se il caso opera su di noi in modo giusto, anche se ci riserva eventi atroci. Noi tutti in fondo, anche in questa realtà quotidiana ordinaria, tutta internet e cellulari, siamo babilonesi. Non fidiamoci però troppo della Compagnia, proprio perché è occulta e forse divina. Gli imperscrutabili disegni di un dio nascosto di certo sono meno giusti degli algoritmi messi a punto dalla natura.

Il Sogno

invece è un artificio della mente che serve a sopportare la vita ed è il precursore della Creatività cosciente. Borges lo tratta continuamente in numerosi racconti ad esempio ne “L’altro” [3] dove un Borges anziano incontra in sogno quello giovane che sogna a sua volta di incontrarlo, un caso anche di lampante di Ricorsività.

L’unica realtà certa sembra essere l’incontro.

Un racconto di Borges che mi è servito molto, oltre che per il Sogno, anche per la Creatività, la Ricorsività e il Genio, è stato “La scrittura del dio” [4].

William Blake - The - Ancient of Days - 1794 (Urizen)

il Genio,

Il dio del racconto sembra aver avuto un guizzo di genio, secondo una tradizione tramandata da non si sa chi, pare che il dio nella parte iniziale della sua creazione abbia deciso di “crittografare” una sentenza magica scrivendola sopra qualche sua creatura. La profezia asserisce sia stato fatto per scongiurare i mali che senza meno si sarebbero avverati alla fine dei tempi. Il protagonista, che è prigioniero e condivide la prigione con un giaguaro, pensa di ravvisare la sentenza scritta dal dio sulle macchie della sua pelliccia. Ma dopo anni di inutili tentativi per decifrare le macchie, il protagonista sogna di essere soffocato dalla sabbia, si rende conto di stare sognando e sforzandosi si sveglia, ma in un sogno identico. Un misterioso “qualcuno” gli dice: - Questo sogno è dentro un altro … la strada che dovrai percorrere all’indietro è interminabile e morrai prima di esserti veramente destato -. Altro caso di Ricorsività. E’ a fronte di questo dilemma esiziale che il personaggio, tal Tzinacàn,  ha una sorta di Nirvana, un’illuminazione, e ce l’ha vedendo “il volto e le mani del carceriere” inquadrati in un cerchio di luce.

Un’immagine che istantaneamente mi ha ricondotto a Urizen [5]. Ho subito pensato che fosse proprio il carceriere a essere dio, un dio che si era divertito a tormentare la sua creatura prigioniera.

Ho pensato a un dio artista che imponeva torture simili per diletto, ho pensato a una specie di Salvador Dalì che nel suo “Diario di un genio” [6]  dichiara:  - Questo libro testimonierà che la vita quotidiana di un genio, il suo sonno, la sua digestione, le sue estasi, le sue unghie, i suoi raffreddori, il suo sangue, la sua vita, e la sua morte sono essenzialmente differenti da quelli della restante umanità. Questo libro unico è dunque il primo diario scritto da un genio -.

Ma il dio carceriere del mio racconto, pur essendo altrettanto presuntuoso, è un dio benevolo, in fondo, in fondo, dopo la sfuriata di testosterone divino, torna a essere quello che era, uno come gli altri. Il resto lo potete leggere ne “Il capolavoro”, una mutazione piuttosto radicale dove troviamo il genio per eccellenza, il sommo Creatore, che sebbene sommo non può esimersi tuttavia dalle miserie dell’esprimere un ego ipertrofico.

La Ricorsività,

onnipresente in Borges, merita anche un discorso a sé. La Ricorsività è la proprietà che riguarda il ripetere uno schema di atti più volte. In matematica assume significati molto ben definiti, ma pur ipotizzando di esser privi del sapere matematico necessario, si capisce ugualmente che la ricorsività apre le porte verso l’infinito. L’idea che una procedura possa essere eseguita indefinitamente per quante volte si vuole spalanca necessariamente la porta all’infinito potenziale e all’eternità.

L'infinito

"attualizzato", cioè presente tutto insieme in un sol botto, è più difficile intuire cosa possa essere, ma anche se sembra un concetto così difficile e assurdo bisogna ammettere che gli umani anelano fortemente a cose infondate e aberranti di quel genere, un esempio per tutti: l’amico immaginario che taluni chiamano dio. Non è un caso che anche in matematica l’infinito attuale tragga origine storica da ragionamenti teologici. Sebbene palesemente erronei nelle motivazioni, finiscono poi per funzionare egregiamente lo stesso una volta opportunamente posti in seno al costrutto matematico.

Il Senso

fornito dagli strumenti logico matematici l’ho affrontato esattando un  racconto molto bello dal titolo “Le tigri azzurre” nel quale un professore di logica si imbatte in qualcosa di concreto che distrugge la matematica, un ritrovamento che la rende priva di senso. Ho posto questa scoperta al centro delle dispute fra Kronecker e Cantor nel racconto “Funghi blu elettrico”. Ho dovuto metterci per forza un po’ di matematica ma, anche se non capisce bene tutto, il lettore può divertirsi ugualmente. Io mi sono divertito un sacco a scriverlo.

Il Genio è una prerogativa della mente quando essa possiede doti superlative. Non implica nessun particolare merito personale, ma fra gli umani assume confusamente un grande valore meritorio forse a causa della sua rarità.

La Creatività

quando è in atto la genialità di solito viene sempre chiamata in causa, anche se l’inventiva feconda sussiste benissimo  in un individuo senza accompagnarsi per forza alla presenza di doti superlative. Molti brillanti risultati umani si ottengono da quantità moderate di ingegno senza necessitare di vette geniali assolute. Tuttavia i grandi balzi, i più vistosi progressi della conoscenza, provengono dalla mente di qualche super genio, bisogna ammetterlo. Ad esempio in questo libro troviamo un personaggio del racconto “L’ Heh”, ispirato all’Aleph di Borges [7], che crede, barando, di poter essere un genio della musica. E’ ispirato dall’illusione che gli umani nascano come una Tabula Rasa e che i suoni siano tutti uguali e senza relazioni naturali fra loro come ad esempio pensava Schoenberg [8].

­­­Come si vede queste sette parole non hanno nulla di speciale e con sette vocaboli qualsiasi, forsanche con meno, si può costruire un mondo e quasi certamente più d’uno.

Però il termine “Senso”, come ho già detto, per me è quello essenziale sia pure nella sua molteplicità. Da un lato a significare sistemi di impulsi afferenti al sistema nevoso centrale provenienti dall’esterno o prodotti internamente dall’omeostasi, dall’altro a significare un contenuto espressivo e comunicativo e dall’altro ancora a significare una coerente e veritiera interpretazione della realtà che permea, circonda l’individuo e interagisce con lui modificandolo ed essendone a sua volta modificata.

Più ancora del vocabolo “senso” in sé quello che mi interessa di più è il verbo che di solito lo accompagna: cercare, trovare, acquisire, afferrare, essere dotato, essere privo, ecc.

Non posso fare a meno di sorprendermi nel notare che il senso raramente è considerato un prodotto dell’esistere biofisico dell’individuo. Anche il verbo “attribuire” (o “dare”) un senso, che più si avvicina a quello di “produrre”, implica una sorta di distacco “cosciente” del tutto inappropriato. Sembra sempre che l’umano, nella sua presunzione, abbia facoltà di scegliere, cosa che non è. Il senso, quello che concretamente si manifesta, rifiuta la mera applicazione della facoltà razionale o l’applicazione di divisioni quali soggetto e oggetto, il senso è coinvolgente e non si può mai in nessun caso, eccetto uno, cessare di produrlo integralmente e quasi sempre involontariamente.

 

 

[1] Esattamento o (Exattamento) è un concetto utilizzato per descrivere un particolare tipo di evoluzione delle caratteristiche degli esseri viventi; dall'espressione inglese exaptation introdotta da Stephen Jay Gould ed E.S. Vrba. Nell'exattamento un carattere evoluto per una particolare funzione ne assume una nuova, indipendente dalla primitiva: un classico esempio è costituito dalle piume degli uccelli, evolute dai dinosauri presumibilmente per scopi di isolamento termico e poi rivelatesi utilissime per il volo, oppure il primitivo polmone che si è evoluto dalla vescica natatoria dei pesci. Nella specie umana, le pieghe laringee, comparse per impedire che, in occasione del vomito il rigurgito del cibo entrasse nei polmoni, sono state successivamente cooptate per produrre suoni e si sono trasformate nelle corde vocali, pur mantenendo la loro funzione originaria.

[2] La lotteria di Babilonia - J. L. Borges - 1941 - Raccolta “Il giardino dei sentieri che si biforcano”

[3] L’altro - J. L. Borges - 1975 - Raccolta “Il libro di sabbia”

[4] La scrittura del dio - J. L. Borges - 1949 - Raccolta “L’Aleph”

[5] William Blake - The - Ancient of Days - 1794 (Urizen)

The Ancient of Days è un dipinto di William Blake, originariamente pubblicato come frontespizio per il lavoro del 1794 “Europa una profezia”. Mostra Urizen accucciato inserito in una forma circolare simile a un sole radiante in mezzo alle nuvole. La sua mano tesa tiene una compasso proteso sul buio vuoto sottostante. E’ la personificazione del sapere convenzionale e della legge. Viene normalmente raffigurato come un uomo vecchio e barbuto che utilizza strumenti da architetto, per creare e dirigere l'universo. Corrisponde al Dio del Vecchio Testamento.

[6] Salvado Dalì - Diario di un genio - SE - 1996

[7] L’Aleph - J. L. Borges  - 1949 - Raccolta “L’Aleph”

[8] Tabula rasa - Steven Pinker - Mondadori - 2005; Cos’è la musica - Herbert Weinstock - Mondadori - 1969