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L’architettura della Biblioteca di Babele

La Biblioteca di Babele è un racconto arci famoso di J. L. Borges che, se siete approdati alla lettura di questo articolo, vi sarà probabilmente già noto.

In estrema sintesi. Una biblioteca di dimensioni (forse) infinite contiene un numero esorbitante di libri ottenuti per giustapposizione di 25 caratteri ortografici in tutti i modi possibili su 410 pagine di 40 righe ciascuna. Ogni riga contiene 40 caratteri (con ripetizioni), lo spazio è considerato un carattere. Un libro come lo descrive Borges contiene  simboli ortografici e la Biblioteca di Babele in totale contiene 25656.000 libri, un numero inconcepibile ma finito (in senso matematico) anche se supera di gran lunga il numero degli atomi nell’Universo stimato in 1080.

La Biblioteca ha una struttura architettonica basata su stanze (gallerie) di forma esagonale predisposte con scaffali per contenere i libri. Sono collegate fra loro da corridoi e scale “a spirale”. Così spiega Borges.

La descrizione che diede Borges nella prima edizione del 1941 degli aspetti architetturali della Biblioteca di Babele prevedeva che una singola stanza esagonale fosse collegata da un corridoio con un’altra singola stanza a formare una coppia di gallerie che rigidamente si fronteggiassero.

Quella descrizione originale del 1941 sembra produrre delle contraddizioni, sembra cioè impossibile riuscire a sviluppare la Biblioteca infinitamente in tutte le direzioni dello spazio come richiesto dalla narrazione borgesiana. Questi problemi furono ritenuti insormontabili da molti autorevoli esegeti, alcuni diedero delle rappresentazioni della Biblioteca di Babele che, non ritenendo come vincolanti le descrizioni di Borges, erano talvolta ingegnose, belle da vedere, ma vistosamente incongruenti. Altri semplicemente asserirono l’impossibilità di rappresentare la Biblioteca sotto le condizioni del racconto originale. Queste idee furono convincenti al punto che Borges stesso fu indotto a emendare la sua Biblioteca in una edizione successiva del 1956. La generica stanza venne allora dotata di due lati liberi, anche se Borges non specificò affatto se il nuovo lato libero aggiunto servisse per aprirvi un altro corridoio. Diciamo che dovremmo supporre di sì, altrimenti non si capirebbe “cui prodest”. Diciamo subito che le soluzioni proposte con a disposizione il secondo corridoio riescono comunque alquanto bruttine, claustrofobiche e incongruenti sotto molti aspetti. Insomma una delusione per chi si aspetta la “grandeur” di una infinita Biblioteca Universale dalla magnifiche scale a spirale che aprono sull’infinito tridimensionale.

Comunque sembra che a nessuno sia venuto in mente che forse, a questo punto per una pura botta di fortuna, Borges ci avesse “acchiappato” già al primo colpo. Gli argomenti “contro” erano sembrati a tutti così solidi e i tentativi già fatti così fallimentari da lasciar perdere l’eventualità di riconsiderare l’ipotesi che nella sua versione primigenia la Biblioteca potesse funzionare davvero. E fu probabilmente l’ennesimo sintomo di superficialità sulla “vexata quaestio”.

Nel mio libro “L’altra Biblioteca di Babele e mutazioni simili” trova posto il racconto dal titolo “Biblioteca di Babele - La verità” che illustra e spiega l’architettura della Biblioteca in modo coerente alle specifiche originali di Borges proposte nel racconto del 1941.

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Al di là della soluzione per un problema che esiste da così tanto tempo e che potrete trovare illustrata dettagliatamente nel libro leggendo il racconto, è interessante notare in che modo, verosimilmente, Borges abbia agito da autore e narratore nel concepire l’edificio. Come ha immaginato la poderosa, infinita, soggiogante Biblioteca del suo racconto? Evidentemente è rimasto in superficie e non ha verificato in dettaglio la sua sommaria idea del fabbricato, una colpa grave? Affatto.

Borges usa la matematica molto frequentemente, ma ne fa un uso evocativo, addirittura sprezzante, direi, gli serve solo per creare delle situazioni che inducano il paradosso, lo stallo mentale, come un koan zen. Forse Borges era molto più interessato a trovar posto nella sua Biblioteca per gli archetipi che gli stavano a cuore senza curarsi troppo se i suoi ingredienti narrativi dessero effettivamente origine a qualcosa di edificabile. Le Celle Esagonali [1] per rimandare all’organizzazione di una comunità di insetti, la Scala Spirale che si innalza e si inabissa aprendo sull’infinito dei mistici concetti di Superiore e Inferiore, i Corridoi che si estendono su tutto il giro di orizzonte metafora del Labirinto insondabile (così caro a Borges) a formare una biblioteca così grande da occupare ogni spazio possibile di un Universo Libro.

E’ vero forse Borges non ha speso tutto il tempo che sarebbe stato necessario per verificare se la sua Biblioteca stesse in piedi logicamente.

Ma, e il tempo ce lo ha dimostrato, non era una condizione necessaria per il successo del suo racconto. A differenza di U. Eco che ci racconta la sua personale esigenza di disegnare in modo ferreo e precisissimo il suo mondo narrativo [2], Borges se ne frega. Sa benissimo che il lettore, come il fruitore di un dipinto del resto, ama essere preso in giro, ama che le cose sembrino un’altra cosa, che le cose traballino ma si reggano in piedi.

Comunque sia, il mio racconto “Biblioteca di Babele - La verità” non mostra soltanto come Borges avesse ragione senza saperlo ma si preoccupa anche di spostare la sua visione, tutto sommato mistica, disperata e nichilista, verso una visione positiva. E questo nonostante l’opprimente  maestosa numerosità dei libri combinatori; nonostante l’assenza di significato imperante nella Biblioteca rispetto alla ristrettissima possibilità di trovare un senso per gli sterminati significanti, per lo più inutili, che la infestano; nonostante la frustrazione che deriva dal sapere che “là dentro” esiste tutto ciò che è dato sapere e constatare che quel sapere è irraggiungibile.

Uno spostamento, una mutazione narrativa, che ci porta in un mondo tutto sommato vivibile, gradevole e sereno per dei Bibliotecari abitanti adatti a quel mondo in senso darwiniano.

Questo procedimento, questo spostamento che produce mutazioni narrative, è applicato nel libro “L’altra Biblioteca di Babele e mutazioni simili” per ciascuno dei cinque racconti in esso contenuti. Ognuno di essi è un “esattamento”[3] dei materiali narrativi contenuti in cinque rispettivi racconti di Borges. I racconti esattati sono anche correlati fra loro a formare un mondo narrativo che li attraversa e si spiega nella lettura del libro nel suo complesso.

 

 

[1] Che le gallerie esagonali debbano formare necessariamente una tassellatura e cioè debbano essere contigue come in un alveare non lo si evince in alcun modo dal testo originale. Lo si dedurrebbe (Giovannoli, 2015) da una intervista di Borges rilasciata nel 1983, tuttavia resterebbe il problema del concetto di corridoio che nelle soluzioni a tassellatura risulta per forza di cose piuttosto una porta, o un varco, ma mai in nessun modo un corridoio; a meno di immaginare che le stanze abbiano delle pareti di spessore incongruo, esagerato. Riporto qui la definizione di corridoio della Treccani: corridóio (ant. corritóio, corritóre, ant. o region. corridóre) s. m. [der. di correre, propr. «luogo dove si corre»]. – 1. a. Ambiente, generalmente stretto e lungo, che serve di passaggio, comunicazione o disimpegno nelle case d’abitazione, e assume particolare importanza e sviluppo nei fabbricati di abitazione collettiva (alberghi, scuole, uffici e sim.) dov’è necessario che i singoli locali risultino reciprocamente indipendenti: i c. della scuola, del tribunale, del teatro; la stanza del capoufficio è la quarta a destra, in fondo al corridoio.

Ad ogni buon conto la soluzione proposta nel mio racconto ammette senza problemi la possibilità di “comprimere” con una manovra topologica la scale spirale all’interno delle mura delle gallerie che a quel punto tassellano perfettamente lo spazio senza però ricorrere a un “corridoio” (improprio) in più per ogni stanza, condizione come si vede non necessaria. Ho scelto la soluzione con il vero corridoio perché Borges non lo vieta, anzi lo richiede, poi per coerenza con il significato del termine corridoio e infine perché il risultato architettonico mi sembrava di gran lunga più piacevole.

[2] Sulla letteratura - U. Eco - Bompiani - 1993 - “Come scrivo”

[3] Esattamento o (Exattamento) è un concetto utilizzato per descrivere un particolare tipo di evoluzione delle caratteristiche degli esseri viventi; dall'espressione inglese exaptation introdotta da Stephen Jay Gould ed E.S. Vrba. Nell'exattamento un carattere evoluto per una particolare funzione ne assume una nuova, indipendente dalla primitiva: un classico esempio è costituito dalle piume degli uccelli, evolute dai dinosauri presumibilmente per scopi di isolamento termico e poi rivelatesi utilissime per il volo, oppure il primitivo polmone che si è evoluto dalla vescica natatoria dei pesci. Nella specie umana, le pieghe laringee, comparse per impedire che, in occasione del vomito il rigurgito del cibo entrasse nei polmoni, sono state successivamente cooptate per produrre suoni e si sono trasformate nelle corde vocali, pur mantenendo la loro funzione originaria.

 

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